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la battaglia di borgomanero(22 aprile 1449)
a cura di
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Borgomanero:
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Nel presentare questa monografia è bene precisare che, prima di iniziare il racconto degli eventi relativi alla Battaglia di Borgomanero, che costituiscono i principali argomenti dello studio, si è creduto opportuno tracciare un quadro delle vicende storiche dell'epoca e dei costumi della vita borgomanerese nel secolo XV. Il compito sarebbe stato parzialmente assolto se si fosse parlato unicamente del condottiero Bartolomeo Colleoni e delle vicende che sono oggetto di questa ricerca; illustrando invece il periodo in esame, si è collocata la Battaglia di Borgomanero nel preciso momento storico, in modo che venga penetrata la realtà di quei tempi vissuti e sofferti dai nostri antenati. Momento storico che vede muoversi sul piano politico-diplomatico e militare le potenze del tempo: per noi sono particolarmente importanti gli atteggiamenti del Duca di Milano e dei Savoia, questi ultimi miranti a spostare i confini del loro Stato dalla Sesia al Ticino, conquista che però riusciranno ad ottenere solo tre secoli dopo gli eventi di cui trattiamo. Queste pagine costano lunghe ricerche negli archivi e nelle biblioteche, dove si è frugato in tutti gli angoli riportando alla luce dalla polvere dei secoli materiale inedito. A testimonianza di ciò si allegano due documenti con la relativa trascrizione; gli altri saranno solo citati nelle parti essenziali. Purtroppo molti documenti sono scomparsi, forse altri giacciono in lontani archivi, o presso qualche inaccessibile raccolta privata. Bruno Manzetti 1.1 Situazione generale dell'Europa L'Europa fra il XIV e il XV secolo è scossa dalla Guerra dei Cent'anni (1337-1453), in cui si fronteggiano inglesi e francesi, ed è caratterizzata dalla decadenza dell'autorità imperiale. I sovrani inglesi, per un'errata interpretazione di leggi feudali, credono di poter unire la corona di Francia con quella d'Inghilterra. La guerra devasta i territori francesi ma, durante il regno di Carlo VII, sotto la guida di Giovanna d'Arco i francesi si riscuotono e sconfiggono definitivamente gli inglesi (1453). La Francia è travagliata anche da lotte intestine: da due secoli è costretta a fronteggiare i Duchi di Borgogna, potenti feudatari, che aspirano a formare un loro regno. Questo disegno è contrastato grazie a un'abile politica e all'alleanza con le popolazioni svizzere che consentono al re di Francia, in particolare a Luigi XI, di mantenere e rafforzare l'unità della nazione[1]. L'Inghilterra, impegnata nella Guerra dei Cent'anni, manifesta la sua superiorità militare per molti anni, conseguendo importanti vittorie, quali Crecy e Azincourt, e conquistando metà della Francia inclusa Parigi; dopo la riscossa dei francesi è però costretta a recedere. Inoltre, durante la seconda metà del secolo XV, è scossa dalla Guerra delle Due rose combattuta dalla casata dei Lancaster e quella degli York che si concluderà con la supremazia di Enrico VII Tudor (Lancaster). Le continue guerre aggravano però la già
precaria condizione economica: l'Inghilterra infatti è ancora un
paese arretrato; i suoi abitanti sono essenzialmente pastori e
agricoltori; i commerci e le industrie più redditizie sono nelle
mani di fiamminghi e tedeschi che sfruttano le ricche miniere; i
capitali sono monopolio di banchieri italiani. La Spagna si avvia all'unificazione: i piccoli
principati cristiani, dopo aver cacciato gli arabi e riconquistata
la penisola, si riuniscono sotto i due reami di Castiglia e di
Aragona. In Germania la decadenza dell'autorità
imperiale favorisce lo spezzettamento in vari piccoli stati feudali;
accanto a essi prosperano comuni liberi, specialmente sotto forma di
repubbliche marinare unite in leghe dette gilde o hanse[2]. Esse
sono dotate di forza economica e appaiono desiderose di conservare
la loro autorità. In Svizzera i tre cantoni di Schwytz, Uri,
Unterwalden lottano per conseguire l'indipendenza, che ottengono nel
1394; il loro esempio sarà seguito dagli altri.
In Italia dalla metà del XIII secolo domina l'anarchia, dovuta allo strapotere delle Compagnie di ventura straniere al servizio dei Comuni ormai esausti e delle Signorie in formazione. A Firenze nel 1434 si instaura la Signoria dei
Medici con Cosimo de' Medici. Egli ottiene uno sbocco sul mare,
accrescendo in tal modo le attività economiche; favorisce le lettere
e le arti, governa saggiamente, tanto da meritarsi il titolo di
"Padre della Patria". Genova, uscita sconfitta e stremata dalla guerra di Chioggia, vede l'inizio della decadenza, accelerata anche dalle lotte fra le famiglie guelfe e ghibelline. La Repubblica di Venezia, con il Doge
Francesco Foscari, subisce un radicale mutamento di indirizzo
politico che, da propriamente commerciale e marittima, diventa più
sensibile alle conquiste territoriali in Italia. E' un periodo denso
di guerre soprattutto contro Filippo Maria Visconti, per sconfiggere
il quale la Serenissima si avvale di Francesco Bussone, detto Conte
di Carmagnola. L'aiuto di celebri capitani quali Jacopo dal
Verme, Facino Cane, Alberico da Barbiano gli consente la conquista
dei territori di Verona, Vicenza, Padova, Pisa, Lucca, Assisi,
Siena, Perugia e Bologna. Per primo ha diritto al titolo di "Duca di
Milano", concessogli dall'Imperatore Vinceslao; tiene splendida
corte, inizia i lavori del Duomo di Milano e della Certosa di Pavia.
Mentre si prepara a coronare il suo sogno di essere Re d'Italia,
muore per un'epidemia di peste il 3 settembre 1402. Il decennio segna quindi un periodo di crisi per il Ducato che perde tutti i territori dell'Italia centrale. Un mese dopo la morte del fratello, Filippo Maria, con l'aiuto della vedova di Facino Cane, Beatrice Tenda De' Lascaris, che gli fornisce i territori, quattromila ducati d'oro e la sua mano, diviene Duca di Milano. Ricostituisce l'unità, governa in guerra perpetua con la Lega antiviscontea (Venezia, Firenze, Genova, Ducato di Savoia, Santa Sede) dando prova di abilità politica e saggezza militare: al suo servizio operano inoltre condottieri illustri quali Niccolò Piccinino, il Conte di Carmagnola[6] e Francesco Sforza. La sconfitta di Maclodio porta il Duca alla
stipulazione della pace, grazie anche all'intervento del Papa
Eugenio IV e lo costringe a cessioni territoriali (circondario di
Vercelli in cambio della alleanza con i Savoiardi, che abbandonano
la Lega antiviscontea nel 1427). E' da notare che mentre governa, ancora come
Conte di Pavia, per compensare la fedeltà di Giovanni Tornielli, suo
governatore, lo investe nel 1411 del feudo di Borgomanero «a quel
tempo luogo bellissimo e ricchissimo, quasi città». Lo Stato della Chiesa con il Concilio di Costanza (1414) riesce a ricomporre la sua unità ed è nuovo Papa Martino V. Lo scisma porta anche all'elezione di un'antipapa, Amedeo VIII Duca di Savoia, con il nome di Felice V[7] in opposizione al Papa Eugenio IV. Le lotte continuano fino al pontificato di Nicolò V il quale, a prezzo di alcune cessioni, ottiene la deposizione spontanea dell'antipapa (1449) che si ritira nell'eremo di Ripaglia. Riguardo il Ducato di Savoia, Amedeo VIII
riesce a ottenere nel 1416 il titolo di Duca dall'Imperatore
Sigismondo, riunendo i vari territori della casa. Egli abdica poi
nel 1439 in favore del figlio Ludovico, uomo debole e poco risoluto
che si fa sopraffare dalla moglie Anna Lusignano di Cipro. In questo
periodo si presenta a Casa Savoia l'occasione favorevole per
espandere il proprio dominio a tutto l'attuale Piemonte e alla
Lombardia ma, sconfitti in più battaglie, tra le quali quella
decisiva svoltasi nella zona di Borgomanero, il progetto fallisce. Altri piccoli stati completano il quadro: il Marchesato di Saluzzo, quello del Monferrato, le Repubbliche di Siena e Lucca, la Signoria degli Estensi. E' da ricordare che nel periodo della Repubblica Ambrosiana si avvertono in Italia forti ingerenze di stati stranieri quali la Francia, la Germania, la Spagna e indirettamente, la Svizzera e l'Inghilterra. Ne consegue che la storia di questo periodo si caratterizza come una violentissima lotta tra le parti, nel tentativo che ogni stato compie di imporsi agli altri. Mai come ora la politica italiana appare spietata lotta per l'esistenza; inganno o freddo calcolo sono posti alla base di qualsiasi relazione di pace o di guerra. Nella frenetica gara sono contesi vari territori, città e Comuni; ma i grandi nuclei, Savoia, Milano, Firenze, Venezia, Stato Pontificio e Regno di Napoli resistono, seppure fiaccati dall'inutile guerra, ciascuno incapace di sottomettere gli altri ma abbastanza forte per conservare la propria autonomia. Alla fine questi maggiori stati si dispongono a convivere con una politica di equilibrio, quale era stata patrocinata e idealizzata da Firenze e da Venezia, come unica via di salvezza per tutti. Cade invece la tendenza a formare una monarchia nazionale, il cui interprete più vigoroso era stato Gian Galeazzo Visconti.
Alla morte di Filippo Maria Visconti (13
agosto 1447), il popolo milanese, stanco di essere soggiogato per
lunghi anni alla tirannia di un governo dispotico e brutale,
proclama l'Aurea Repubblica Ambrosiana.
I milanesi, a difesa della giovane repubblica, chiamano Francesco Sforza, già generale delle truppe di Filippo Maria, e, su consiglio di quest'ultimo, Bartolomeo Colleoni. Francesco non si lascia sfuggire la favorevole
occasione: è il primo traguardo per poter assurgere a una posizione
di prestigio che gli consenta - eliminati i potenti rivali - di
"tramutare la spada in scettro". Il 18 settembre lo Sforza viene nominato Conte
di Pavia e da questa città inizia la sua cauta campagna di conquista
del Ducato. Attraverso il Naviglio Pavese recupera Piacenza[10],
impedendone il soccorso da parte dei veneziani, e difende Cremona.
Parma cede al Conte senza opporre resistenza, mentre Como
Alessandria e Novara aderiscono alla Repubblica Ambrosiana. Il Duca d'Orléans, dopo la morte di Filippo Maria Visconti, rioccupa Asti e vi invia un forte contingente di cavalleria e fanteria (circa tremila uomini), cedutogli da Carlo VII, Re di Francia, e suo fratello, a comando di Rinaldo di Dudresnay (o Dresnay). Quest'ultimo conduce la campagna nell'alessandrino dove conquista molti castelli e stringe d'assedio Bosco Marengo. I reggenti di Milano per contrastare l'avanzata oppongono Bartolomeo Colleoni al comando di millecinquecento uomini tra fanti e cavalieri; il condottiero bergamasco infligge ai francesi una dura sconfitta e fa prigioniero il loro capitano, «300 cavalieri della nobiltà francese e 400 fanti»[12]. Dopo questa vittoria, Bartolomeo Colleoni tornando a Milano, sottomette Tortona alla Repubblica. La conquista di questa città non fa piacere a Francesco Sforza che aspira al Ducato e che ritiene Tortona già suo feudo. Colleoni, d'altra parte, pur ugualmente ambizioso, deve necessariamente seguire le direttive dei reggenti della Repubblica. Improvvisamente egli abbandona Milano, tanto che gli abitanti, irritati da questa defezione, pongono una taglia di diecimila ducati sulla sua testa[13]. Colleoni prende quindi accordi con i veneziani, al soldo dei quali intraprende una campagna contro Milano. La scarsa preparazione militare dell'impresa, condotta in tempi troppo serrati, è causa di una pesante sconfitta a Caravaggio il 5 settembre 1448. L'esercito di Francesco Sforza, guidato da abili condottieri, quali Roberto Sanseverino, Jacopo e Francesco Piccinino (figli del famoso Niccolò), infligge ai veneziani perdite consistenti. Colleoni, esperto conoscitore della zona, riesce a sottrarsi alla cattura, mentre Micheletto Attendolo, generale della Serenissima, viene licenziato. La vittoria consolida la posizione di Francesco Sforza che, malgrado il parere contrastante dei milanesi che vorrebbero impadronirsi di Lodi, occupa Bergamo e Brescia e, superato il fiume Oglio, conquista in successione castelli e cittadelle della pianura. I reggenti milanesi, ben consci delle aspirazioni di Francesco Sforza al Ducato, trattano la pace con Venezia servendosi dei Piccinino quali mediatori. Lo Sforza, che per accortezza politica supera tutti, riesce a prevenire tale mossa svelando senza più indugi le sue vere intenzioni: intraprende trattative segrete con la Serenissima prima tramite Pasquale Malpiero e Antonio Marcello, successivamente tramite Angelo Simonetta, zio dello storico e già suo segretario. Il trattato è concluso a Rivoltella il 18 ottobre 1448[14]. Sulla base di questo documento Francesco
Sforza , nel quadro del riconoscimento delle sue aspirazioni sui
territori già appartenuti a Filippo Maria, cede ai Veneziani le
terre occupate del Bergamasco, del Bresciano e le città di Crema e
Gera d'Adda; ottiene in cambio tredicimila ducati al mese e il
mantenimento di quattromila cavalli e tremila fanti finché non fosse
riuscito a occupare Milano[15]. Le truppe di Francesco Sforza occupano
Abbiategrasso e cingono d'assedio Milano, mentre il Conte invia
ambasciatori a Firenze e a Lionello d'Este per aiuti in denaro.
Novara, Alessandria e altre città del Piemonte (fra cui Borgomanero)
aprono le porte allo Sforza. E' l'inizio delle prime spedizioni savoiarde
contro Francesco Sforza: l'invasione della Lomellina e il tentativo
di conquistare Novara. L'esercito è comandato da un cortigiano che,
seppur favorito di Ludovico, ha poca dimestichezza con le armi:
Giovanni di Compeys, signore di Torrens. Il Conte Francesco per difendere i suoi territori invia in Lomellina Cristoforo Torelli e Agnolo da Lavello con novecento cavalli; a Novara Corrado, suo fratello, e Salernitano con millecinquecento cavalli con l'ordine di attendere ulteriori rinforzi. Nel frattempo Ludovico cerca di stipulare un'alleanza con il Duca d'Orléans, poiché l'intervento del Re di Francia è subordinato alla fine dello scisma che sconvolge la Chiesa[17]. Dopo lunghe trattative, Ludovico riesce a stipulare un accordo posticcio con il Duca francese che avrebbe dovuto inviare ad Asti quattromila cavalli, al comando del maresciallo Ferté, per unirli all'esercito savoiardo. Dall'altra parte lo Sforza, fidandosi poco di Jacopo Piccinino, affida l'incarico di contrastare il passo ai savoiardi a Bartolomeo Colleoni, in qualità di comandante delle sue truppe, cui si aggiungono contingenti inviati dal Marchese d'Este. Il 1° aprile 1449 Bartolomeo Colleoni sosta
sulla riva sinistra del fiume Sesia, a valle di Romagnano. Il
condottiero Compeys, per sgombrare l'ostacolo che lo separa da
Milano, muove con tutte le sue truppe contro l'avversario. La rapida
azione svolta dal bergamasco sorprende i nemici ancora impegnati nel
guado del fiume; si realizza per lo Sforza il brillante successo
della battaglia di Romagnano. 2.1 Il territorio di Borgomanero, teatro delle operazioni militari Borgomanero giace al centro della provincia di Novara che, per essere situata fra due fiumi, Sesia e Ticino, non è piemontese come non è lombarda. A fare del nostro territorio una "provincia di frontiera", contribuiscono non poco, oltre che ragioni geografiche, anche le alterne vicende storiche che la legano agli interessi ora di Milano, ora di Torino. Quindi spesse volte nell'arco della storia vi si combatte: dalla Lega lombarda contro i Conti di Biandrate, ai Savoia contro gli Austriaci. La battaglia di Borgomanero, la battaglia di Bartolomeo Colleoni contro i Savoia, rientra in queste alterne vicende storiche. Borgomanero rappresenta la roccaforte ideale
dove trincerarsi e attendere l'assalto del nemico; è la posizione
strategica, superata la quale, la vittoria di una battaglia può
diventare vittoria di una guerra. In una lettera inviata dal Podestà di Borgomanero alla corte di Milano si legge: «Li homini de la terra de Burgomaynero del Novarese [...] ogni dì più se absentano non havendo in modo nedum de sustenere li ditti carighi [...] et presertim de la taxa del sale et de li cavalli [...] sed nam etiam de vivere per le tempeste et prime......» (Cf Allegato II). A fare in modo che la battaglia si svolgesse in Borgomanero, non ebbero peso tanto ragioni di possesso del borgo per la sua ricchezza, quanto motivi di ordine geografico e strategico che determinarono il piano tattico di Bartolomeo Colleoni. In effetti Borgomanero giace al centro di una piana, estremo lembo della Pianura Padana, larga circa quattro chilometri, abbracciata da Est e da Ovest dalle propaggini collinari che costituiscono gli ultimi contrafforti del Mottarone e del Monte Rosa. Questi contrafforti, a Est dell'abitato, seguono i rilievi di Motto Grande, le colline di Maggiate e Santa Cristina, fino alla torre di Caristo; a Ovest dello stesso le alture di Soriso, Gargallo, Colombaro e Castellazzo. Fra queste colline scorre il fiume Agogna, il cui corso abbraccia le mura dell'abitato a Est, in quanto l'attuale letto a Occidente risale a epoca più recente (1609)[18]. La presenza sulle colline di capisaldi e osservatori fa in modo che la piana sottostante sia luogo ideale per attirarvi il nemico e sfidarlo a battaglia. Inoltre la ricca vegetazione, in particolare dei vigneti, offre riparo per i movimenti e facilita l'azione di agguato.
Quella in cui si colloca la Battaglia di
Borgomanero è l'epoca delle milizie mercenarie che trovano la loro
origine nelle Crociate. I soldati mercenari portano armi offensive e
difensive di tipi diversi e molto curate. Fra le prime figurano armi
lunghe fino a circa sei metri come alabarde, picche, partigiane,
lance e armi corte come mazze, scuri e spade di varia lunghezza,
quali spuntoni, stocchi e pugnali. Per l'azione a distanza si torna
ai giavellotti e ad altri mezzi da lancio. Compaiono anche le prime
artiglierie e gli archibugi, antenati del fucile. I condottieri italiani modificano molto questa tecnica; la "Scuola braccesca", così chiamata da Braccio da Montone, impiega ordinanze più agili, più piccole e quindi più manovriere. La "Scuola sforzesca", così detta da Muzio Attendolo Sforza, prescrive al contrario mosse compatte, invulnerabili ma rigide.
L'esercito di Francesco Sforza conta circa
duemilacinquecento uomini, fra fanti e cavalieri. mentre l'ossatura
dei reparti è formata dagli uomini di Bartolomeo Colleoni. 3.1 I preparativi della battaglia
L'esercito savoiardo, arrestatosi sulla riva destra del fiume Sesia, a Sud di Vercelli, sosta brevemente per organizzare le sue forze prima dell'ultima tappa verso l'obiettivo (Cf Tavola 1). Bartolomeo Colleoni che con la maggior parte delle sue forze si trova impegnato nell'assedio di Carpignano, sulla riva sinistra del Sesia, è informato delle intenzioni del suo avversario. Il giorno 20 aprile 1449 dà ordine alla fanteria e ai carriaggi di raggiungere in due tappe Borgomanero, percorrendo la strada Novara - Domodossola. Egli stesso con le restanti forze attraversa a guado il fiume, portandosi sulla riva destra. Incolonna quindi gli squadroni sulla strada Vercelli - Varallo e raggiunge di notte l'abitato di Gattinara (Cf. Tavola1). Con questa abile mossa Colleoni inizia il suo piano di inganno: conscio dell'importanza di avere con continuità notizie sui movimenti dell'avversario, lascia alle sue spalle informatori (soldati esperti che osservano senza essere visti e, ad arte, si fanno catturare per dare notizie false) e determina nella mente del suo avversario il convincimento che egli voglia sottrarre le sue unità a uno scontro impari, convincimento avvalorato dal fatto che le sue truppe hanno repentinamente abbandonato l'assedio di Carpignano. Jacques de Challand cade nella trappola. Il desiderio vivissimo di agganciare le unità di Colleoni per batterle, approfittando della superiorità numerica delle sue forze, non gli consente di valutare con sufficiente lucidità lo svolgersi degli eventi, per cui finirà con il subire uno scontro sul terreno scelto dal condottiero avversario. Egli infatti ritiene che Colleoni in fuga tenti di sottrarsi all'urto decisivo, contrastando la sua avanzata con truppe in retroguardia, sistemate a difesa sul fiume Agogna. Egli è convinto che il Bergamasco,
nell'intento di ricongiungersi con il grosso dell'esercito sforzesco,
tenti di raggiungere il fiume Ticino da Arona, per seguirne il corso
fino a Vigevano. Colleoni, per avvalorare l'impressione suscitata nel comandante avversario e confermata da alcuni prigionieri, fatta una breve sosta a Gattinara, supera all'alba del 21 il fiume Sesia a Romagnano e, percorrendo la rotabile per Arona, si dirige verso Borgomanero. La strada è in alcuni punti angusta e fiancheggiata da colline; egli dà l'ordine di ostruire il passaggio con frane di pietra e a poche ore di marcia da Borgomanero[19] lascia uno squadrone di balestrieri, ben occultati tra la vegetazione, con il compito di sorprendere le avanguardie nemiche e fornire informazioni. L'abitato di Borgomanero è raggiunto verso mezzogiorno dalle unità di cavalleria; poco dopo da quelle di fanteria. I carriaggi a tarda notte vengono sistemati sulla rotabile per Arona. Colleoni dà ordine di chiudere le porte del borgo e chiama a rapporto i suoi comandanti per definire lo schieramento iniziale delle truppe e il piano di battaglia. Egli sistema poi il posto di comando a mezza costa, a Levante della città[20], in una fattoria e con i suoi subalterni inizia un'accurata ispezione del terreno per informare tutti sulle sue intenzioni e dare un sicuro orientamento ai reparti.
Prima dell'alba del giorno 22 aprile Bartolomeo Colleoni manda cinque squadroni di balestrieri sulla riva destra dell'Agogna, appostati su un'altura, con il compito di sorprendere i francesi nel momento critico dell'attraversamento del fiume. Le notizie fornite dagli esploratori che arretrano sotto l'incalzare dell'avanzata del nemico, consentono a Colleoni di valutare la situazione e fare previsioni circa l'inizio dell'attacco che avverrà nelle prime ore del pomeriggio. Infatti le truppe di Jacques de Challand assai numerose non possono serrare sotto rapidamente a causa della scarsa potenzialità della rotabile e per gli ostacoli frapposti dagli sforzeschi.
Le avanguardie francesi (un battaglione di cavalleggeri e tre compagnie di fanteria) prendono contatto con i balestrieri di Colleoni appostati a difesa del fiume. Essi, per reggere all'urto, si dispongono su più righe:
La situazione per le truppe di Colleoni è precaria, tanto che alcuni
dispersi, allontanatisi dai ranghi, portano a Novara la notizia che
l'esercito sforzesco è battuto.
La manovra a tenaglia sorprende Jacques de Challand ma non lo intimorisce: egli prende subito le contromisure facendo assumere alle sue truppe la formazione difensiva a triangolo con la base volta al fiume e, nel contempo, facendo avanzare dalle retrovie cinque squadroni di arcieri a cavallo (Piccardi). A costoro Jacques de Challand ordina di organizzare la difesa sulla riva destra del fiume, costruendo una palizzata con il sostegno delle viti. Sotto l'incalzare degli sforzeschi, i francesi riescono ugualmente a ripiegare guadando il fiume e mettendosi al riparo dietro la palizzata. La manovra a tenaglia di Colleoni infligge ai francesi forti perdite e la battaglia è virtualmente già vinta, ma Colleoni decide di riordinare le truppe e sferrare l'attacco decisivo.
Il Bergamasco, come contromisura, dà
ordine a Corrado Sforza di contrattaccare decisamente senza badare
alle perdite. Corrado Sforza di propria iniziativa anziché dare man forte a Salernitano, già impegnato a fondo, pensa di sferrare un attacco contro il recinto il cui lato aperto è per il momento indifeso. Mentre è in corso l'azione, Jacques de Challand dà ordine di suonare la ritirata; al segnale i Piccardi sciamano nel fiume e presidiano, su più linee, la palizzata nel lato aperto. Il rinserrarsi in difesa anziché affrontare la lotta in campo aperto è forse l'errore decisivo commesso dal condottiero savoiardo. Colleoni, sempre attento a ogni sviluppo dell'azione, nota che circa duecento cavalli sono stati raggruppati in una località ben protetta dalla vegetazione da reparti nemici appiedati per la difesa del recinto. Ordina immediatamente ad alcuni suoi plotoni di impadronirsene e caricare il recinto dalla parte dell'altura. I condottieri Nonnato e Tartaglia il Giovane, sulla destra, hanno il sopravvento sui francesi, ai quali infliggono dure perdite. Riescono a portarsi sotto la palizzata e iniziano a scardinarla a colpi di mazze e pertiche, aprendo dei varchi. La lotta è dura e cruenta e i francesi ricacciano con tenacia ogni incursione. Nel momento più critico dell'azione condotta sulla destra, a sollevare l'animo dei combattenti s'ode un grido proveniente dall'opposto lato dello schieramento: «Sforza!». E' il segnale della carica condotta da Salernitano e da Corrado. A tale grido fa eco quello di «Colleoni» che sorge spontaneo in tutti mentre il comandante senza indugi si butta nella mischia.
Nell'impeto della carica Colleoni resta momentaneamente isolato: un
colpo di partigiana squarcia il ventre del suo cavallo ed egli evita
i francesi che, riconosciutolo, gli si avventano contro, roteando
minacciosamente la mazza ferrata. Circondato dai suoi che caricano
in ogni direzione, Colleoni rimonta in sella proprio nel momento in
cui, impadronitisi dei cavalli avversari, i plotoni caricano
dall'altura.
I francesi sono in rotta. Alcuni si dirigono verso la collina e,
grazie ai vigneti e all'oscurità incipiente, riescono a dileguarsi.
Altri, stremati dalla lotta, vengono catturati. Fra i prigionieri vi
sono il Signore di Varax, Jacques de Challand e il Signore di
Montiller. Nella lettera scritta da Ludovico di Savoia al padre Felice V il 23 aprile 1449, riportata nel documento originale (Cf Allegato III) è riferito che le perdite ammontano a dodici morti, molti feriti, più di duecento prigionieri e a duecento cavalli per parte savoiarda; a sessanta morti e molti feriti per parte sforzesca. Sull'autenticità del documento non vi sono dubbi, ma è da considerare che si tratta di una versione di parte in quanto Ludovico non vuole certo far apparire come molto grave la sconfitta subita.
Altri autori riferiscono dati assai maggiori: mille prigionieri fra
i savoiardi, duemila morti francesi, perdite italiane molto
inferiori.
La vittoria di Borgomanero fu talmente impressionante da spegnere
per sempre ogni velleità di conquista da parte del Duca di Savoia e
da attirare a Francesco Sforza le popolazioni dubbiose e ancora
fedeli alla Repubblica Ambrosiana.
Francesco Sforza continuò la sua implacabile azione contro la
Repubblica Ambrosiana stringendo sempre più d'assedio Milano fino a
costringere i cittadini ad arrendersi e a riconoscerlo loro Signore
(25 febbraio 1450): ebbe così inizio la Signoria degli Sforza. Poco dopo la
vittoria, il 20 maggio 1449 la Repubblica Veneta lo confermò suo
capitano e, dopo la pace di Lodi, comandante supremo dell'esercito
veneziano, raggiungendo così l'apice della sua carriera.
La data dello svolgimento della Battaglia di Borgomanero è controversa. Alcuni autori (Francesco Cognasso, Giorgio Giulini, Antonio Casati, Ermolao Rubieri, Francesco Peluso, Casali e Sickel) riferiscono che essa avvenne il giorno 20 aprile 1449; altri (Piero Operti, Bartolo Belotti, Luigi Bignami, Antonio Muratori) la collocano nel giorno di san Giorgio, 23 aprile 1449; Pietro Spino la pone il giorno 23 aprile 1448, mentre Gaullieur l'8 aprile 1449. Per queste ultime versioni sono evidenti errori di stampa (documentabili, nel caso di Gaullieur, dall'esame della lettera riportata in Allegato III). A nostro avviso, la battaglia di Borgomanero è avvenuta, senza possibilità di dubbio, il 22 aprile 1449; infatti dall'esame dell'unico documento originale rinvenuto sull'evento storico, la lettera firmata da Ludovico di Savoia inviata al padre Felice V in data 25 aprile 1449 (venerdì), si evince che la battaglia si svolse il «martedì passato», ovvero il giorno 22[21]. A parte ogni considerazione di data, che pure è rilevante per la storia della nostra città, resta il fatto che la vittoria conseguita nella battaglia di Borgomanero, come riferisce lo studioso Operti «rende grandemente chiaro e celebre per tutta l'Italia e fuori il nome di Bartolomeo da Bergamo. Avendone egli acquistato nobilissimo titolo di aver la terza volta in giusta battaglia debellato e vinto una nazione superbissima e, per terribilità e fierezza, di quei tempi tremenda; e nello spazio di pochissimi giorni reso quieta e pacifica quella regione allo Sforza che fra tanto ribollimento di guerra e in tanto terrore e strepito d'armi s'avea preso a difendere». Note biografiche sui protagonisti della Battaglia di Borgomanero: Francesco Sforza
Figlio di un illustre soldato, Muzio Attendolo, Francesco Sforza
nasce a San Miniato il 23 luglio 1401. Passa poi, secondo la consuetudine dell'epoca, al servizio di vari Signori mentre coltiva in cuor suo il desiderio di conquistarsi un dominio personale. Come condottiero delle truppe di Filippo Maria Visconti, sconfigge i veneziani a Soncino; poco dopo però è alle dipendenze della Serenissima. Nel 1431, allettato dalle promesse del Visconti, ritorna a Milano e vi sposa la figlia Bianca Maria, ricevendone in dote la città di Cremona. Nel 1444 la giovane moglie dà alla luce un figlio cui viene dato il nome di Gian Galeazzo.
Alla morte del suocero, Francesco non riesce tuttavia a impadronirsi
del Ducato a causa della sua lontananza da Milano. Conduce allora
una lunga campagna contro la Repubblica Ambrosiana, da poco
istituita, e contro i pretendenti al trono.
Nato il 24 febbraio 1409 (secondo lo storico Spreti il 1414) a Ginevra, è Conte di questa città fino al 1434, anno in cui il padre, ritiratosi in solitudine nell'eremo di Ripaglia, lo nomina Principe di Piemonte. Nel 1440, quando il padre Amedeo VIII viene eletto antipapa con il nome di Felice V, Ludovico eredita al completo il vasto dominio, il cui governo però gli è oltremodo difficile a causa della sua debole volontà. Nel 1432 sposa Anna di Lusignano, figlia del Re di Cipro che diventa la dispotica tiranna del sovrano e dello stato, e intreccia ingarbugliati intrighi di corte. Favorito della Duchessa è Giovanni di Compeys, Signore di Torrens, il quale assume i pieni poteri militari. Il suo comportamento irrita i più potenti Signori dello Stato che organizzano una lega per destituirlo. L'intervento della moglie costringe il Duca a reprimere nel sangue la sommossa e a dare l'ordine di giustiziare Guglielmo Bolomiers, suo consigliere e presunto congiurato. L'occasione di estendere il dominio a tutto il Piemonte e a parte della Lombardia svanisce per la sconfitta subita dal suo esercito, guidato da un capo inetto; gli scontri di Romagnano e la battaglia definitiva di Borgomanero vedono la vittoria delle truppe sforzesche comandate da Bartolomeo Colleoni.
Detto anche Bartolomy de Bergamo, Bartolomeo Colleoni nasce a Solza, presso Celusasco d'Adda nel 1395 [22]. Muore a Malpaga il 3 novembre 1475[23]. Di nobile famiglia guelfa, perde in
giovane età il padre, Paolo, detto Puho, assassinato dal cugino
Giovanni. L'anno dopo Riccadonna Valvassori, vedova di Puho, si
ritira con il figlio a Solza dove possiede la Rocca colleonesca. Lo ritroviamo a Roma con il nome di Bartolomeo da Bergamo, dove è ben accolto da Braccio da Montone, alla cui scuola apprende il mestiere delle armi. Il futuro condottiero assimila in breve tempo l'arte del combattere che perfeziona con il passare degli anni, tanto da divenire anche un esperto dell'artiglieria, non solo impegnandola nell'assedio di castelli, come forza d'urto, ma anche nelle battaglie campali, a sostegno dell'azione di fanti e cavalieri. La
sua fama si accresce rapidamente fra i soldati, che vedono in lui un
capo ben addestrato e temprato a ogni genere di prova. La sorte lo vede combattere al fianco di questi già noti condottieri contro il suo vecchio maestro per liberare dall'assedio l'Aquila. Il giovane condottiero si distingue per valore al comando di un drappello; rientrato a Napoli, riceve gli elogi della sovrana e il suo spoglio scudo si arricchisce del primo emblema. Il richiamo della sua terra natale lo spinge verso il Nord della penisola e il suo viaggio è punteggiato di fatti d'arme; combatte a Bologna per il Papa Martino V e partecipa all'ultima fase della guerra contro il Duca di Milano, sotto le insegne della Serenissima. Sempre al soldo di Venezia, Colleoni sconfigge le truppe viscontee, facendone prigioniero il loro capitano Ciarpellone e assedia Cremona che però gli resiste a causa del mancato intervento del Carmagnola.
In una pausa d'armi, l'anno 1433 sposa Tisbe Martinengo,
appartenente a nobile famiglia bresciana che gli dà ben sette
figlie.
Nel 1439 Colleoni è alla difesa di Verona: qui dimostra le sue doti
di magnanimità verso il nemico e, con brillante suggerimento,
consente al Gattamelata di sconfiggere il Piccinino, aprendo la
strada delle vettovaglie a Bergamo e Brescia. Come premio per la
sua genialità riceve dapprima un aumento di cavalli (da quattrocento
a ottocento), successivamente anche le terre dei Conti Covo e
ulteriori incrementi di truppe (mille cavalli e duecento fanti).
L'ambizione del bergamasco è però pari alla sua capacità; quando
Venezia, dopo la pace di Cremona, gli riduce i contingenti egli
terminata la condotta, si rivolge al Duca di Milano seguendo le orme
di Francesco Sforza. La morte di Filippo Maria Visconti gli offre l'opportunità di evadere dal carcere e, essendo la sua fama inalterata, Francesco Sforza, difensore della nuova Repubblica, lo chiama al suo fianco. I francesi sono violentemente respinti e il loro capo, Dresnay, catturato. Malgrado i successi conseguiti, le aspirazioni del condottiero non sono ancora soddisfatte: egli si riavvicina a Venezia che manifesta la sua soddisfazione in una lettera del 20 giugno 1448[24]. La sconfitta di Caravaggio non vale a offuscare la fama di Colleoni che emerge più vivida che mai, dopo i fatti d'arme di Romagnano e Borgomanero. In particolare, vari storici riferiscono che è proprio la battaglia di Borgomanero a rendere celebre in tutta Italia e in Europa il nome di Bartolomeo da Bergamo che, per la terza volta, sconfigge le truppe francesi. Nel 1451 Colleoni, malgrado le sue aspettative, non viene nominato Generale della Serenissima. Ciò lo induce a lasciare Venezia per accostarsi al suo vecchio compagno d'armi, ormai Duca, Francesco Sforza, il quale gli affida duecento cavalli, cinquecento fanti e gli conferisce il diritto a esporre come insegna il suo stendardo personale. Dopo la Pace di Lodi, stipulata fra Milano e Venezia , Colleoni riesce finalmente a conseguire la nomina di comandante supremo dell'esercito veneziano, incarico che gli viene conferito a Brescia dal Doge Malipiero che gli consegna in cerimonia solenne il bastone di comando. Alla morte di Francesco
Sforza per Colleoni si presenta l'ultima opportunità di conquistare
il Ducato: la battaglia della Riccardina, sul cui esito gli storici
sono discordi, cancella definitivamente ogni disegno del bergamasco. Trattato firmato il 6 marzo 1449 in Torino fra Ludovico Cardinale di Cipro, in nome del Duca di Savoia, e Antonio Rabbia, quale Commissario della Repubblica Ambrosiana.
Lettera inviata dal Podestà di Borgomanero alla Corte di Milano. «Illustrissimo Signore, li vostra devotissimi et fideli servitori li homini de la terra de Burgomaynero del Novarese sono astutti ad apponere a la S.V. la loro paupertate calamitate et grave conditione per le quale non possendo loro supportare li carighi occurrenti et presertim de la taxa del sale et de li cavalli multe persone de la dicta terra se sono absentate et ogni dì più se absentano non havendo il modo nedum de sustenere li ditti carighi sed nam etia de vivere per le tempeste et prine quali li hanno tolto li frutti del anno presente, oltre che essa terra de li gravi molto et sterile et la paupertate de li dicti homini cusì gli aggrava che non sano pigliare partito de la gratia de la Sig. Vostra come se spera noi li succorrere. Quare si supplicato humilmente a la Exc. Vostra che se digna havere compassione et misericordia de li dicti supplicanti et considerare che troppo eccessivamente sono aggravati di cavalli XXXVI per taxa et de stara CCXXV de sale, et que ad impossibile nemo cocitur et demum provedere che le dicte taxe de sale et de li cavalli siano reducte ad cosa, o, sia carigo supportabile come meglio parirà ad la Exc. Vostra la quale hanno ogni fede et speranza et la quale può pensare che queli homini, quali restarono per gli absentati et per queli etiam se absenteranno in lo advenire non potranno supportare tanto carigo né pagare per altri, et stando reducta la cosa ad carigo honesto et supportabile circhorano ad tuta possanza di fare il debito et non se consumeranno in spexe de robarie de fanti et de pastori, et la S. Vostra poterà meglio romagnire contenta per conservatione de li suoi subditi, da li quali suole exigere et havere commoditate secondo loro possibilitate et non ultra di aver la dicta terra romagnerà consumta, che non se crede sia di vostra bona intenzione». Lettera scritta da Ludovico Duca di Savoia. «Santo Padre, Vi raccomando gli interessi di questa parte e Vi comunico con grandissimo dispiacere di come martedì scorso il Signore di Varax, Jacopo de Challamd, il Signore di Montillier e i loro compagni, circa mille cavalli, si avviarono per prendere Borgomanero secondo alcune trattative che avevano stabilito. Tuttavia nonostante essi combattessero valorosamente non lo poterono conquistare. Retrocedendo trovarono i soldati del Conte Francesco, Bartolomeo da Bergamo e il Signore di Carpi che erano molto numerosi. Dopo grandi scontri e perdite da una parte e dall'altra ci furono 12 morti dei nostri e 60 circa dei nemici. Molti feriti da entrambe le parti. Alla fine furono presi prigionieri il Signore di Varax, Jacopo di Challand e il Signore di Montillier e con loro circa duecento altri. Si sono presi circa duecento cavalli dei nostri. Quelli che sono rimasti, grazie a Dio, sono più degli altri che dei nostri in buon numero; sempre il fatto è dannoso e pericoloso per la potenza, la cautela e la malizia degli avversari e per la semplicità dei nostri che sono giovani e volenterosi e non si vogliono arrendere. Poiché il Maresciallo mi ha fatto notare che c'erano dei Borgognoni senza ben servito e licenza. Ed è un motivo per far venire in Piemonte il Maresciallo di Seyssel, il Signore di Varambon e i Bernesi, se si può averli. D'altro lato io aspettavo di giorno in giorno i soldati del cugino d'Orléans e vengo a sapere che hanno cambiato idea, cosa di cui sono molto meravigliato considerando l'alleanza che volevano fare e che volevano inviare 4000 cavalli. E se essi non volevano fare altra cosa che trattati e promesse, detta alleanza poteva portare al più presto danni e svantaggi, così che mi sembra che ciò che si è deciso è abbastanza onesto e conveniente. Non esistono contrarietà per ciò che riguarda i Milanesi, se non in un punto, poiché ho promesso di dar loro tutto ciò che si potrà ricuparare dal Milanese eccetto Novara e i territori al di qua del Ticino. Tuttavia tutto si potrà accordare perché gli ambasciatori dei Milanesi che si trovano qui, potrebbero lasciare al mio cugino d'Orléans due o tre paesi qualora egli volesse aiutare a ricuperarli. Solo faccia presto perché il periculum est in mora. Io e i Milanesi siamo pratici con altri Capitani del Conte, oltre ai Piccinino, che già sono tornati, ma ogni idea esige denaro, tutto rimane senza soldi». «Santo Padre, sono molto
dispiaciuto di non potervi inviare migliori notizie. L'ambasciatore
del Conte, Alberto Rolando si trova qui, e da lui non ho potuto
sentir promessa sicura né certa se non attraverso la voce di
matrimonio. Lui e gli altri non vengono che per ascoltare e riferire
senza alcuna possibilità di trattare. Ogni giorno giungono notizie a
causa delle quali si è contrari a cambiar idea». Il detto Bartolomeo mi ha scritto egli stesso
in questi termini come potrete vedere dalla copia allegata. Vi piaccia rimanere all'erta e agire come Vi sembrerà meglio». Le XXV Avril mille CCCCXLIX Trattato di pace, successivo alla Battaglia di Borgomanero, stipulato nell'anno 1449 fra Bartolomeo Velati Visconti, Vescovo di Novara, per parte dell'Ill.mo Conte Francesco Sforza, e gli ambasciatori del Duca Ludovico di Savoia (Estratto).
Militare - guerre 1447-8 o 9
datum ..................
Archivio di Stato Milano
Alberti, Genealogia e gesta de' reali sovrani di Savoia, Torino 1775
[1] L'economia francese del XV secolo è molto fiorente: Bruges
gareggia per potenza con Venezia; vi sorge il palazzo Van der Burse,
il cui stemma (tre borse) dà il nome di Borsa al luogo in cui si
radunano i mercanti; Beguinages sviluppa l'industria della lana e
del lino; Anversa, Ypres, Lovanio, Malines, Lilla sono note per le
industrie tessili.
Bartolomeo Colleoni Nobile bergomese. Per privilegio Detto d'Angiò.
Invitto condottiero generale della Illustrissima Signoria Veneta.
Visse ottant'anni. Comandò per ventiquattro anni. Morì il 3 novembre
dell'anno 1475. |
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